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Una storia di 3.500
anni lega lo zafferano all'uomo che cominciò a coltivare
questa pregiatissima spezia in Asia Minore, per le sue virtù
medicamentose.
Come si legge ne "La Materia medica"
di Pedanio Discoride (I secolo dopo Cristo), infatti, lo zafferano
era considerato ottimo contro l'ubriachezza, i dolori mestruali
e intestinali, per lenire le infiammazioni e, infine, per le sue
proprieta afrodisiache.
Quanto bastava, insomma, perchè in
seguito all'invasione araba della Spagna, nel 961 dopo Cristo, questa
spezia ricavata dallo stimma essiccato e polverizzato della pianta
"Crocus sativus" si diffondesse in tutto il bacino del
Mediterraneo. Dalla Sicilia, dove lo importarono gli Arabi tra l'VIII
e il IX secolo, lo zafferano passò a essere coltivato in
Calabria, Umbria, Toscana e Abruzzo.
Grazie allestensione dei terreni e
al maggior commercio che se ne faceva, furono subito la Toscana
e l'Abruzzo a contendersi iI primato di questa coltivazione. Alla,
fine ebbe la meglio lAbruzzo.
Secondo quanto racconta il medico botanico
senese Pierandrea Mattioli, vissuto tra il 1500 e il 1577 nella
sua opera "Commentari al Discoride", in Toscana ci fu
l'abbandono della coltura dello zafferano proprio per il sopravvento,
quanto a qualità, di quello dell'Aquila.
Lo testimoniano i fiorenti commerci tra
l'Aquila e Venezia, dove si racconta che lo stesso Marco Polo fosse
rimasto colpito dalla qualità dello zafferano d'Abruzzo.
Oggi, a distanza di secoli, lo zafferano aquilano ha conservato
il suo primato nel mondo.
E se le sue colture sono limitate agli otto
ettari del solo altipiano di Navelli (ogni anno se ne producono
80 chili), i suoi usi si sono moltiplicati.
Eccezionale in cucina per paste e risotti,
cui conferisce oltre al gusto particolare un bel colore giallo,
continua a essere usato per le sue funzioni analgesiche, sedative
e antispasmodiche.
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