E’ opinione comune che i tartufi siano
diffusi in Piemonte e in Umbria limitatamente alle fortunate terre di
Alba e Spoleto; sono ancora in pochi a sapere, purtroppo, che
l’Abruzzo è terra eletta per i tartufi.
Dai
vasti boschi dell’aquilano fino alle pinete litoranee questa regione
ospita tra le radici di numerose specie arboree il micelio di questo
prezioso fungo da sempre delizioso complemento di odorosi piatti.
Con
una produzione di 350 q.li
all’anno l’Abruzzo si è aggiudicato la palma di regione italiana
più ricca di tartufi.Oltre il 15 % della
produzione è rappresentato dal tuber magnatum pico o tartufo bianco, il
più rinomato tra questi funghi ipogei, ricercato dai palati più
raffinati ed esigenti: è diffuso nella zona del va-stese in simbiosi
con l’apparato radicale di querce, salici e pioppi, ma solo con la
prima di queste specie arboree esplica appieno le sue eccezionali
qualità aromatiche.
Circa
un terzo dell’intera produzione è rappresentato dal tartufo nero
pregiato (tuber melanosporum vitt) diffuso nell’Abruzzo aquilano e
nella provincia di Teramo; per il suo gusto e l’aroma inconfondibili
è considerato il diamante nero della cucina abruzzese.
Il
tartufo d’estate o scorzone (tuber aestivum vitt) contribuisce alla
maggior parte della produzione tartuficola regionale: molto gustoso e
contemporaneamente delicato, si è conquistato l’epiteto di “perla
nera della tavola”. Perfino nelle pinete litoranee è reperibile un
altro tartufo, il bianchetto, che la dice lunga su una regione che può
vantare ben 28 razze di tartufo
diffuse dal mare ad oltre 1500 metri di altitudine.
Tanta
ricchezza di specie esaltata dalle piccole differenze tra le diverse
razze offrono a buongustai ed estimatori una varietà di sapori e di
odori unica nel panorama nazionale. Mentre nell’antichità il
tartufo era considerato complemento prestigioso dei piatti dei notabili
locali, più semplicemente i pastori abruzzesi usavano il tubero come
caglio per l’ottenimento del formaggio pecorino. Da un secolo a
questa parte la maggiore richiesta di tartufi ha spinto i cavatori
abruzzesi ad aprire dei canali commerciali con la vicina Umbria cui
hanno fornito quantità via via crescenti di tartufi parallelamente al
prestigio che Spoleto assumeva in campo nazionale come patria del
prezioso fungo.
E
stata questa la ragione che ha oscurato le potenzialità della terra
abruzzese: un’attività commerciale più dinamica degli umbri ha, di
fatto, offerto un’immagine positiva ai
nostri vicini ed ha azzerato
le possibilità di valorizzare un patrimonio che solo oggi viene
riscoperto.
Tanta
ricchezza ha, però, i suoi svantaggi:
la ricerca sempre crescente
di cibi pregiati,e il tartufo è tra questi,
ha spinto folte schiere a improvvisarsi raccoglitori con tecniche
e in periodi assolutamente
inadatti alla biologia del fungo.
E' tradizione ed anche buona norma
che il tartufo sia ricercato nei periodi dell’anno in cui i tuberi
maturi possano offrire il massimo delle proprie qualità; ci si serve
dei famosi cani da tartufo addestrati fin da piccoli e curati con
amorevole pazienza per fiutare anche a decine di centimetri di
profondità l’aroma inconfondibile del tartufo e raccoglierlo
scavando delicatamente per non rovinare il micelio che fornirà
nuovamente i suoi frutti.
Gli
esperti raccoglitori sanno riconoscere le tartufaie anche da segni
secondari: l’assenza di erba in una zona o dallo svolazzare di ben
precisi moscerini che “sentono” il tartufo. Purtroppo accanto a
tanta gente scrupolosa si affiancano gli “zappatori” che,
localizzata la tartufaia per la mancata crescita dell’erba, scavano
tutta la zona per recuperare il tesoro apportando contemporaneamente
danni irreversibili al micelio.
Ad
ulteriore scempio gli zappatori raccolgono i tartufi in periodi
dell’anno in cui il tubero non è ancora maturo; eludono la legge e
privano se stessi e il futuro consumatore dell’aroma unico del fungo
che verrà “curato” con coloranti ed esaltatori di sapidità.Sono
questi saccheggiatori i maggiori responsabili della progressiva
riduzione delle tartufaie abruzzesi; purtroppo un simile fenomeno è
alimentato anche da commercianti senza scrupoli che ben poco si curano
della qualità e delle esigenze del tartufo.
Oggi
il tartufo non è soltanto il condimento principe di saporiti piatti, ma
entra anche nella composizione delle salsicce al tartufo, di oli
aromatizzati e nella preparazione di un formaggio pecorino stagionato da
due a quattro mesi che sposa felicemente la fragranza del formaggio con
l’aroma del tartufo.
Tali
raffinate leccornie sono oggetto di una certosina cura artigianale di un
lungimirante imprenditore che svolge la sua attività nella città
dell’Aquila, centro di una delle zone più ricche di tartufo di tutta
la regione.
Da
pochi anni, varcando i confini del capoluogo abruzzese, si sono
imposti sui mercati più rappresentativi per promuovere uno dei tesori
finora sconosciuti della terra d’ Abruzzo.