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Sarebbe
lungo e difficoltoso raccontare la millenaria storia dell’olivo in
Abruzzo.Introdotto in un remoto passato dalle più progredite civiltà dei
coloni greci, l’olivo si è affermato per i suoi simbolismi e per
l’enorme importanza come nutrimento. Albero sacro a Minerva, dea della
luce e della sapienza, con i suoi rami sempreverdi si cingeva la fronte
dei più valorosi condottieri e dei più insigni cittadini. Simbolo di
vittoria, di fronde di ulivo erano le corone di trionfo dei vincitori
nell’antica Roma; nella successiva cultura cristiana l’olivo divenne
simbolo di pace e di speranza: basti ricordare, nelle Sacre Scritture, la
colomba dell’Arca di Noé che ritorna con un ramoscello di ulivo per
annunciare l’inizio di una nuova era di pace. L’olio fu adottato come
simbolo purificatore in tutti i popoli mediterranei e, successivamente, in
quelli di religione cristiana. Più laicamente lo si usava come unguento
per profumare il corpo, fortificare le membra e lenire le piaghe; più
praticamente come indispensabile alimento e fonte di energia per
l’illuminazione domestica. Di fronte a tanta ricchezza simbolica e
alimentare è evidente che la diffusione dell’ulivo nel bacino del
Mediterraneo sia avvenuta velocemente, potremmo dire, a macchia d’olio.
In Abruzzo le prime testimonianze della coltura risalgono al V secolo A.C.
e, per il ruolo essenziale che esso ha svolto, e svolge, nell’economia
agricola della regione, è stato posto a vegetare ovunque le condizioni
climatiche lo consentissero.
Dalle falde del Gran Sasso al mare e dai colli Chietini ai
piedi della Maiella grandi oliveti coprono il continuo succedersi di valli
e colline spingendosi fino a 500 metri di altitudine.
L’ulivo vegetava rigoglioso lungo le sponde che ornavano
l’ex lago Fucino: ora isolati esemplari, sopravvissuti al cambiamento di
clima seguito alla bonifica, testimoniano il paesaggio di un passato non
troppo remoto. Antichissimi olivi ad Ofena, Capestrano, nel Vastese con i
loro tronchi contorti, tormentati e carichi di secoli, e pur sempre
produttivi, si ergono a testimonianza della tenacia di questi alberi e
della bontà di una regione che oggi offre a questa coltura oltre 47.000
ettari.
In Abruzzo è così radicata la presenza dell’ulivo che
sarebbe inconcepibile pensare paesi come Loreto Aprutino, Penne, Pia-nella
o l’area frentana con i centri di Casoli e Lanciano immersi in un
paesaggio diverso da quello sempreverde degli uliveti.
Sono infatti queste le zone, fiore all’occhiello
dell’Abruzzo, che offrono le produzioni più generose di olive e che
forniscono gli oli extravergini più pregiati.
In queste aree si armonizzano la tradizione agricola e la
bontà di una terra ideale per l’olivo.Questa tradizionale coltura risale al periodo romano in cui
le misure protezionistiche adottate prima dell’età imperiale avevano
reso fonde le industrie olearie e vinicole dell’Abruzzo.
Successivamente, sia per il progressivo disfacimento della potenza romana,
sia per le devastazioni barbariche, anche in Abruzzo, come in tutto il
resto d’Italia, la coltivazione dell’ulivo fu in parte trascurata. Nel
Medio Evo, il susseguirsi di angherie fiscali e fisiche dei signorotti
locali e il basso compenso al lavoro mortificarono la produzione e lo
scambio di olio di oliva.
Si delineò, quindi, una forma di autarchia fondiaria di tipo
familiare che prese piede negli anni bui del Medio Evo e si protrasse fino
al 1800; nelle campagne abruzzesi si tendeva a produrre limitatamente alle
esigenze familiari privilegiando più l’allevamento della vite che la
coltivazione dell’olivo il cui prodotto era destinato all’ auto
consumo. L’Abruzzo, malgrado la vocazione olivicola del territorio,
fu costretto a indirizzare, per volontà esterne, la produttività
sull’allevamento ovino che tanto ha contribuito alla caratterizzazione
della regione.In tale contesto maturarono le circostanze che contribuirono
a moltiplicare il numero delle varietà di olivo; relegato in ambito
familiare, o confinato nelle isole felici dei monasteri, gli olivicoltori
selezionarono nei secoli decine di varietà che, dati i non facili
collegamenti del passato, ebbero diffusione locale. Basti ricordare le
località di Castiglione Meser Raimondo in cui è diffusa la varietà
Castioglionese, o Tocco Casaunia con la Toccolana o Carpineto della Nona
in cui si coltiva la Carpinetana o, infine, la zona intorno a Chieti
famosa per la varietà di olivo Gentile di Chieti. La dominazione
spagnola, a tratti rapace, per altri versi assente, per difendere le
produzioni olearie della madre-patria non aiutò certamente
l’olivicoltura abruzzese che per svegliarsi da un torpore
di secoli deve attendere il Risorgimento italiano in cui la
regione, così come per il vino, mostra tutta la maturità di una
cultura dell’olivo e dell’olio cresciuta nei piccoli borghi o nelle
attività ecclesiastiche svolte presso i
monasteri. Produrre olio di pregio per gli olivicoltori abruzzesi
assumeva un carattere di prestigio locale e personale.
Il mercato era solo una voce marginale e fortuita essendo
l’olio, considerato alimento di prima necessità, destinato all’autoconsumo
o ad intrattenere limitati scambi con le zone circostanti.
Oggi l’Abruzzo, non più terra di pastori di ottocentesca
memoria, conscia che l’oliva non è più il companatico per sfamare il
povero, ma un nuovo strumento di ricchezza, si appresta a manifestare in
modo più incisivo l’esperienza acquisita nel passato con
l’applicazione degli studi agronomici e merceologici condotti dal
prestigioso Istituto Sperimentale per l’Elaiotecnica di Città 5. Angelo
che svolge la funzione di guida per gli studiosi e gli imprenditori
agricoli di tutta la Penisola.
L’OLIO DI OLIVA NELL’ECONOMIA REGIONALE
Da
sempre considerato alimento di primaria importanza, sulla olivicoltura
si sono concentrate le attenzioni degli agricoltori per ridurre la
fatica, i tempi di lavoro, i costi di produzione. La produzione
dell’olio che aveva mantenuto un carattere familiare nel passato, anche
oggi conserva questa immagine che si evidenzia negli oltre 600 frantoi
disseminati su tutto l’Abruzzo e nel gran numero di aziende agricole
che praticano l’olivicoltura. L’olivicoltura è una voce di tutto
rispetto nell’economia regionale che
partecipa col 7% alla costituzione della ricchezza agricola
regionale ma tale valore aumenta considerando l’indotto a livello di
confezionamento e commercializzazione. L’Abruzzo produce oltre 230.000
quintali all’anno di olio ottenuto dalla molitura delle olive. A
tutelare l’extravergine delle colline di Moscufo, Pianella, Loreto
Aprutino e di altri centri dalla storica e consolidata cultura olivicola
provvede, dal 1996, la Denominazione di Origine Protetta “Aprutino
Pescarese”.
La quasi totalità dell’olio ottenuto dalla spremitura delle
olive prodotto in Abruzzo rientra nella categoria degli extravergini. Questo risultato ottimale è stato reso possibile da una secolare
esperienza che cura il prodotto fin dalla scelta del momento migliore
della raccolta delle olive, continua nella più corretta e attenta
molitura e termina con una opportuna
conservazione del prodotto.
L’OLIO EXTRA VERGINE ABRUZZESE
Ne consegue che dallo
sposalizio di una tecnica agronomica avanzata con una tecnica di
estrazione che salvaguarda le qualità alimentari nasce un prodotto
genuino e organoletticamente ineccepibile. Momento primo per
l’ottenimento di un buon olio è la scelta del giusto periodo di
raccolta. Contrariamente ad altre regioni italiane, le olive vengono
staccate direttamente dall’albero evitando che, cadendo per eccessiva
maturazione, a contatto con il terreno prendano odori e sapori sgradevoli.
Le
olive, trasportate al frantoio, vengono mol-te entro tre o quattro giorni
evitando che avvenga il processo di fermentazione.Nella
quasi totalità dei frantoi abruzzesi la molitura avviene a freddo, ossia
adottando le tradizionali “molazze” per frantumare la polpa che non
subisce alcun innalzamento di temperatura che potrebbe compromettere la
futura qualità dell’olio.La pasta ottenuta viene torchiata e successivamente
centrifugata per permettere la separazione tra olio e acqua.Tutte queste operazioni mantengono inalterate le
caratteristiche dell’olio, anzi ne esaltano le qualità nutrizionali e
di gratificazione del palato.
A riprova di quanto alto sia il livello professionale
raggiunto dagli addetti al settore l’ARSSA ha varato un
programma di valorizzazione e tutela dei migliori extravergini abruzzesi
fregiandoli con il “Marchio di Qualità”.
Sono necessari rigorosi controlli, più restrittivi di quelli
imposti dalla pur severa legge nazionale, per arricchire un extravergine
del Marchio di Qualità.
E questo un mezzo che offre un’ulteriore conferma della
qualità e genuinità dell’olio extravergine, da sempre uno dei tesori
dell’agricoltura abruzzese.
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